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ATTACCO AGLI ITALIANI A KABUL

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A voi vicini...by Putignanoweb!


 

LA RICOSTRUZIONE - L'attentato è avvenuto alle 12.10 locali, le 9.40 in Italia, nei pressi della rotonda Massud, dove il traffico è rallentato per i controlli sul traffico diretto verso l'ambasciata Usa, il comando Isaf e l'aeroporto. Sui due lati delle strade sono stati distrutti case e negozi. Secondo le prime ricostruzioni, un automezzo civile (una Toyota bianca secondo quanto ha riferito in Senato il ministro della Difesa Ignazio La Russa) con a bordo il kamikaze e con un notevole carico di esplosivo sarebbe riuscito ad infilarsi tra i mezzi prima di esplodere.

Matteo Mureddu, Davide Ricchiuto, Gian Domenico Pistonami, Roberto Valente, Antonio Fortunato e Massimiliano Randino

MILANO - Erano tutti di età compresa tra i 26 e i 37 anni i sei soldati italiani uccisi in un attacco a Kabul. Tutti paracadutisti della Brigata Folgore.

Il sergente maggiore Roberto Valente (Ansa)Il sergente maggiore Roberto Valente era il più anziano dei sei. Nato a Napoli nel 1972, era in forza al 187° Reggimento. Risiedeva nel capoluogo campano nel quartiere Fuorigrotta, con la moglie e un figlio piccolo. Valente si trovava sul convoglio che lo avrebbe riportato dall'aeroporto alla base militare in Afghanistan. Aveva lasciato la sua città, Napoli, proprio mercoledì sera dopo aver trascorso 15 giorni di licenza con la famiglia. Sua madre attendeva in mattinata una telefonata, per sapere se il viaggio di rientro fosse andato bene; invece della comunicazione del figlio è stata raggiunta da una delegazione dell'Esercito italiano. Appresa la notizia, la moglie di Valente ha detto: «Sono orgogliosa di mio marito»

 

 

Il caporal maggiore Matteo Mureddu. Aveva 26 anni (Ansa)Il più giovane era Matteo Mureddu, 26 anni, di Solarussa, un piccolo paese in provincia di Oristano. Era nato ad Oristano nel 1983, ed era in forza al 186° Reggimento. Il giovane Matteo, figlio di un allevatore di pecore, Augusto Mureddu, e di una casalinga, Greca, ha un fratello di dieci anni più grande, Stefano, anch'egli militare, e una sorella, che l'estate scorsa l'aveva reso zio. Il giovane avrebbe dovuto sposarsi lo scorso mese di giugno, come ha rivelato l'ex parroco di Solarussa, don Franco Murru. «Con la fidanzata avevano deciso - ha spiegato - di sposarsi a giugno ma poi avevano rinviato per la decisione di partire per l'Afghanistan». La notizia della morte di Matteo è stata data ai familiari poco dopo mezzogiorno dal comandante militare della Sardegna, il generale Sandro Santroni, accompagnato dal sindaco del paese, Angela Sechi. È stato un colloquio praticamente «muto», ha raccontato Santroni. «Non è facile andare da una madre a dirle che un figlio è morto - ha detto , ma non c'è stato neanche il bisogno di dire nulla. Quando hanno visto le divise hanno capito da soli. Sono - ha sottolineato, riferendosi alla compostezza tipica degli isolani - dei veri sardi».


Il tenente Antonio Fortunato, 35 anni comandava la pattuglia che ha subito l'attentatoIl tenente Andrea Fortunato, classe 1974, originario di Lagonegro (Potenza), in forza al 186° Reggimento, aveva vissuto diversi anni a Tramutola, sempre nel Potentino, dove risiedono tuttora i suoi genitori. Il militare era sposato e la moglie è anche lei originaria della Val d'Agri: la coppia viveva a Badesse, vicino a Siena, nella zona dove l'ufficiale prestava servizio. Andrea Fortunato lascia la moglie Gianna, insegnante precaria con cui avrebbe festeggiato dieci anni di matrimonio il 16 dicembre prossimo. La coppia ha un figlio di sette anni. L'abitazione di Badesse è visitata da colleghi, amici e parenti che stanno portando il loro conforto. Il tenente Fortunato era molto conosciuto nella piccola località, dove i vicini sono al corrente delle sue missioni all'estero con la brigata Folgore. Intanto secondo quanto appreso una psicologa si sarebbe recata alla scuola del bambino appena si è diffusa la notizia della morte del padre per attivare un programma di assistenza dedicato ai familiari in circostanze come questa.

 

Le altre tre vittime sono il primo caporal maggiore Davide Ricchiuto , nativo di Glarus (Svizzera) ma residente in Salento; il primo caporal maggiore Gian Domenico Pistonami, di Orvieto e il primo caporal maggiore Massimiliano Randino, nato a Pagani (Salerno).

 

Il caporal maggiore Davide Ricchiuto (Ansa)Davide Ricchiuto, primo Caporal Maggiore, nato a Glarus (Svizzera), era in forza al 186esimo Reggimento. Aveva 26 anni e assieme al sardo Mureddu, era il più giovane dei sei militari uccisi. Risiedeva a Tiggiano, nel Salento, insieme alla famiglia ed era il secondo di tre figli: il fratello maggiore si chiama Ippazio, e la sorella minore Anna Lucia. Il padre Angelo, che da giovane era emigrato in Svizzera, è rientrato da tempo nel paese d'origine con tutta la famiglia e attualmente lavora in una ditta di costruzioni. La madre è casalinga. Il giovane, che aveva la funzione di autista di mezzi militari, non era alla prima missione in Afghanistan. Appena possibile tornava sempre in paese a casa dei suoi.

 

 


Il caporal maggiore Giandomenico Pistonami (Ansa)GianDomenico Pistonami aveva 28 anni, era figlio unico ed era fidanzato con una ragazza di Lubriano (Viterbo). Gian Domenico era nato ad Orvieto (Terni) nel 1983 ed in forza al 186° Reggimento. Era nato nell'ospedale di Orvieto, in quanto Lubriano, paese di meno di mille abitanti affacciato sulla Valle dei Calanchi, si trova al confine tra il Viterbese e il Ternano. Ma soltanto un mese dopo la sua nascita, il 16 giugno, si era trasferito con la famiglia in provincia di Viterbo, a Lubriano. Il padre si chiama Franco, ha 55 anni, è operaio in una ditta d'impianti elettrici. La mamma Annarita, di 47, casalinga. Si sono sposati nell'82 ed hanno sempre vissuto a Lubriano. Il mio è il lavoro «più importante» e pericoloso, fatto di concentrazione e tensione perché da lassù «con un gesto posso fermare le macchine che passano». Pistonami raccontava così in un'intervista a L'Espresso il 3 agosto scorso il suo impegno in Afghanistan, pochi giorni dopo la morte del caporalmaggiore Di Lisio. Pistonami, proprio come Di Lisio, era un mitragliere, l'uomo più a rischio quando si esce in pattuglia perché è quello che sta in «ralla», la torretta del Lince, dunque il può esposto agli attacchi. «Esco tutti i giorni, faccio da scorta a materiali e persone - diceva - Il mio è il ruolo più importante della pattuglia, ho più campo visivo e uditivo, con un gesto posso fermare le macchine che passano». Stavolta però non gli è riuscito di fermare la Toyota bianca e salvare la sua vita e quella dei suoi commilitoni.

Massimiliano Randino (Ansa)La sesta vittima è il caporale maggiore scelto Massimiliano Randino, nato a Pagani (Salerno) il 16 agosto 1977, dal 31 gennaio scorso effettivo al 183mo battaglione Nembo di Pistoia. Era rientrato appena mercoledì da una dozzina di giorni trascorsi in licenza in Italia e al momento dell'attentato era appena arrivato a Kabul. Randino, residente a Sesto Fiorentino (Firenze) lascia la moglie con cui era sposato da 5 anni. La coppia non ha figli. La donna ha ricevuto nel primo pomeriggio la notizia dai vertici del Nembo che si sono recati alla sua abitazione. Randino ha alle spalle 10 anni di servizio ed era alla terza missione in Afghanistan. Prima di giungere a Pistoia era stato impegnato al 'Fose' di Firenze. «Una persona veramente in gamba irreprensibile, affidabile ed un soldato di serie A, di prima scelta, educato ma non per questo privo di polso», lo ricordano i commilitoni del Nembo.

I FERITI - Sono quattro i militari rimasti feriti in seguito all'attentato: tre appartenenti al 186° Reggimento dell'Esercito e uno all'Aeronautica Militare. «Le loro condizioni sono buone» ha riferito il generale Massimo Fogari, capo ufficio stampa dello Stato Maggiore di Difesa presente all'omaggio reso ai sei militari uccisi presso lo Stato Maggiore dell'Esercito dove è stato aperto al pubblico il Sacrario dei caduti. «Sono stati colpiti in modo abbastanza lieve vista la situazione in cui si è verificato l'attentato - ha spiegato Fogari - Si tratta per lo più di contusioni e di choc da esplosione. Le loro condizioni quindi fanno ben sperare». Fogari ha inoltre aggiunto che i feriti hanno avuto modo di chiamare i loro familiari per rassicurarli sulle loro condizioni di salute. (fonte Corriere della Sera)